L’alpinismo candidato a Patrimonio dell’Umanità

La foto di Gaston Rébuffart sul Pic de Roc mandata nello spazio dalla NASA. Foto @ George Tairraz

Una foto di Gaston Rebuffat fluttua nello spazio. È andata oltre i confini del nostro Pianeta a bordo della sonda Voyager. Ha lasciato la gravità per spiegare ad altre forme di vita che l’uomo realizza cose che vanno oltre l’utile, per dimostrare la creativa bellezza dell’inutilità. Una piccola traccia di montagna scelta dagli scienziati della NASA per spiegare all’universo chi siamo e cosa siamo. E mentre l’alpinismo diventa mezzo per raccontarci al di fuori dei nostri confini, qui sulla Terra cerchiamo di farlo riconoscere come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità UNESCO. La proposta arriva dai tre Paesi che circondano il Monte Bianco (Italia, Francia e Svizzera) e la candidatura è da poco stata presentata a Parigi.

Per scoprire di più su quest’interessante iniziativa abbiamo pensato di parlarne con il geografo, nonché promotore dell’iniziativa, Luigi Cortese.

Da cosa nasce l’idea di candidare l’alpinismo come patrimonio UNESCO?

Il primo passo in questa direzione è stato fatto tra il 2009 e il 2010. All’epoca la convenzione delle Alpi aveva esaminato, collaborando con i vari club alpini e le ONG, tutte le candidature a patrimonio UNESCO e tra queste c’erano le Dolomiti e molti altri siti alpini, come ad esempio il Monte Bianco. Nel corso di questo esame è emersa la grande pluralità di siti candidati. Non sono però venute fuori candidature che riguardassero il patrimonio immateriale. In conclusione di discussione sono emersi due temi, due patrimoni culturali immateriali, che potevano essere interessanti per l’UNESCO. Il primo riguardava i colli alpini, le Alpi come valico e spazio transculturale; l’altro era per l’appunto l’alpinismo.

Da qui in poi come vi siete mossi?

Siamo partiti in modo molto informale, con un gruppo di amici. Io ero stato informato di quest’interesse da parte di alcuni contatti che operavano all’interno della Convenzione delle Alpi e così abbiamo iniziato a lavorare. All’inizio era un nucleo embrionale formato da amici e dalle guide di Chamonix. Insieme abbiamo tastato l’opinione della comunità cercando di capire quanto fosse interessata a questa candidatura.

Il tutto ha poi subito un’accelerazione nell’anno in cui fu dato il Piolet d’Or alla carriera a Walter Bonatti. In quell’occasione ho avuto modo di dialogare a lungo con lui che da subito si è fatto coinvolgere nel ragionamento tant’è che ne parlò anche sul palco evidenziano l’interesse per questa candidatura a patrimonio UNESCO.

Quali erano le proposte di Bonatti?

Da lui emerse l’idea che si potesse tentare questa candidatura non tanto per musealizzare l’alpinismo, ma per dare voce a queste volontà di ricercare un alpinismo epico, by fair means, rispettoso dell’ambiente e della comunità. Il suo contributo è stato un grande stimolo per dare il via a questo processo.

Poi?

La discussione si è subito allargata in Francia, ai loro club alpini. Hanno discusso gradualmente arrivando poi, nel 2015, a richiedere l’iscrizione dell’alpinismo all’interno dell’inventario dei beni culturali immateriali da sopporre all’UNESCO. Richiesta formalizzata nel 2016. In Francia, grazie ad un comune lavoro internazionale, si è definita la struttura. Si è identificato come si intende l’alpinismo come cultura immateriale.

Quando è entrata in gioco l’Italia?

Dal 2014 c’è stato coinvolgimento pieno dell’Italia, rappresentata dal CAI. L’UNESCO ha richiesto una comunità organizzata, si è quindi passata attraverso il CAI come ente organizzato. Il club alpino si è reso portavoce dell’intera comunità nazionale più ampia del club stesso. Dal 2015 si è poi preso contatto con il Ministero dei beni e delle attività culturali che ci ha affiancati e supportati nella definizione tecnica dell’iscrizione. Al momento stiamo concludendo l’iscrizione per la parte italiana che sarà a breve presentata all’UNESCO. Una candidatura che riguarda il Gran Sasso come le Dolomiti, che riguarda la comunità tutta.

Chi ha lavorato su questa candidatura?

Da parte italiana hanno collaborato Aldo Audisio e Daniela Berta in rappresentanza del Museo Montagna e del CAI; Alessandro Pastore e Roberto Mantovani come esperti nominati dalla comunità in seno al comitato di pilotaggio internazionale. Il sottoscritto, Luigi Cortese, come coordinatore di tutto il processo di candidatura da parte italiana. Tra queste citerei poi anche le due persone del ministero che sono state fondamentali per portare a termine questo lavoro: la dott.ssa Luisa Montevecchi e la dott.ssa Elena Sinibaldi.

Importanti sono stati anche il comune di Courmayeur che ha supportato fin dall’inizio questa pratica con il precedente sindaco Fabrizia Derriard e con l’attuale primo cittadino Stefano Miserocchi.

Dal lato internazionale abbiamo invece il presidente del comitato scientifico Bernard Debarbieux, il coordinatore francese Claude Marin; Bernard Prd’hom che ha seguito parte della scheda; il rappresentante della FFCAM Claude Eckhardt e il presidente delle guide alpine francesi.

Infine, per parte svizzera il presidente del Club Alpino e Pierre Mathey in rappresentanza delle guide svizzere.

Cosa ci deve insegnare l’alpinismo patrimonio UNESCO?

L’alpinismo entra nelle cose che fa l’uomo, nella cultura dell’uomo degna di essere considerata valore universale. Nel testo consegnato all’UNESCO abbiamo voluto evidenziare l’inutilità dell’alpinismo. Un’inutilità che rappresenta un gesto di intelligenza nel rapporto tra uomo e natura proprio grazie al fatto di non avere uno scopo.

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