Il problema della velocità nell’alpinismo e di come viene raccontata

Alex Honnold e Tommy Caldwell sono due fra i più forti scalatori di tutti i tempi. Le loro imprese, che siano sul Nose in Yosemite o in Iran, sono sempre degne di nota. E non manca momento che vengano incensati anche per il loro comportamento fuori dalle pareti. Sono degli esempi, delle persone da cui prendere ispirazione, dei modelli. Eppure, il loro ultimo record di velocità sul El Cap continua a far discutere. Ed è forse arrivato il momento di fare una doverosa riflessione su una delle pratiche più discusse dell’alpinismo su roccia degli ultimi anni.

Gli ultimi giorni di maggio e i primi di giugno sono stati spasmodici, nell’universo dell’arrampicata americana. Nell’arco di pochi giorni, uno dietro l’altro, Honnold e Caldwell hanno polverizzato ogni genere di record possibile e immaginabile sul Nose, ovvero sulla linea più iconica degli Stati Uniti d’America, a Yosemite. Non solo hanno battuto l’ultima performance di Brad Gobright e Jim Reynolds, stabilito nell’autunno dello scorso anno, ma hanno spostato ancora più in là l’asticella. Hanno portato il record a sotto le due ore. Un risultato che ha fatto gridare al miracolo folle entusiaste di scalatori, ma anche membri degli organi d’informazione e – soprattutto – gli sponsor. Se l’entusiasmo dei primi lo possiamo capire perfettamente, perché anche noi siamo “tifosi” quando si tratta di azioni così rimarchevoli, e se possiamo anche concepire quello dei secondi, ovvero i giornalisti, perché si trattava di un evento notiziabile, c’è un po’ più di difficoltà nel comprendere il terzo effetto positivo, quello sugli sponsor.

Sia chiaro, ogni sponsor – quindi ogni impresa che fa parte del mondo dell’industria dell’outdoor – non è un ente di beneficienza. Il conto economico, così come lo stato patrimoniale, devono essere oggetto di ponderazioni ben precise. E ogni entrata è ben accetta. Se quindi una società di questo segmento può trarre maggiori entrate da una performance fuori dall’ordinario, come quella di Honnold e Caldwell, è bene che lo faccia, per il bene aziendale e per il bene dell’intero movimento. Perché più circolazione della notizia si traduce in maggiore attenzione dei media verso l’impresa stessa, ma specialmente verso l’intero movimento arrampicatorio. E questo significa, nei Paesi virtuosi, a un maggiore interesse da parte degli amministratori locali. Del resto, considerato che ogni singolo politico vive il suo mandato elettorale con l’obiettivo primigenio di essere rieletto (è nell’attitudine di ogni umano pensare in modo utilitaristico), è pacifico che, se in quel momento storico in cui è eletto cresce la domanda per l’arrampicata, l’arrampicata potrà avere un trattamento di rilievo da parte dei legislatori. Traduzione: se l’arrampicata è di moda, allora i politici penseranno a preservare più aree per la sua pratica, concederanno maggiori spazi per la creazione di palestre indoor, appoggeranno più mozioni per l’insegnamento nelle scuole dell’attività in questione. E fin qui, non c’è alcun tipo di problema.

Il problema sorge nel momento in cui, a livello comunicativo, si prendono lucciole per lanterne. Ovvero, quando si prende qualcosa per scontato. E qui, purtroppo per i nostri “25 lettori” tocca aprire una piccola parentesi personale. Prometto: sarà il più possibile breve. Il sottoscritto fa questo mestiere da più di dieci anni, e uno dei suoi padri giornalistici, ovvero Antonio Polito che lo chiamò a Il Riformista, gli disse che “non bisogna mai prendere per scontato alcunché”. Dietro queste parole c’era lo stesso concetto che ci muove ad Alpinismi. E cioè che non bisogna mai pensare che il lettore è onnisciente, che conosce tutto e tutti. Anzi. Il lettore è come noi, un essere umano. E in quanto tale, fallibile. Pertanto, bisogna accompagnarlo piano piano nella lettura, spiegando per filo e per segno cosa si sta scrivendo, perché e dove si vuole arrivare. Il problema, come scrivevamo poc’anzi, è che spesso e volentieri quando si parla di arrampicata non vi è questa metodologia.

Il record su El Cap di Honnold e Caldwell è stratosferico. Certo. Nessuno lo nega, nemmeno Hans Florine, il più grande appassionato di El Cap che la Storia ricordi. Non è un caso che nell’ambiente di Yosemite e del Camp 4, lo storico campground nella valle più suggestiva degli USA, tutti siano concordi che lo sia. I suoi record sono storici, così come la sua tenacia nel tentarli e ritentarli, senza sosta, senza tregua. Ma il punto è leggermente diverso.

È positiva la narrazione corrente delle imprese alpinistiche? E ancora: è corretto parlare di un problema con la velocità nei nostri giorni? Noi non pretendiamo di avere la verità in mano, ma ci limitiamo a fare alcune considerazioni. Le prime sono su come vengono raccontati i progetti. Il problema, in questo caso, è strutturale. I giornali vendono poco, internet disintermediato la comunicazione tradizionale e, di conseguenza, alle classiche 5W del giornalismo (who, what, when, where, why) bisogna aggiungere anche la sesta, wow. Il fattore sorpresa. Il fattore che, nell’epoca dei social media e delle timeline ipercongestionate di Facebook, Instagram e Twitter, ti fa fermare e ti fa pensare “Okay, fammi guardare questo post”. Il fattore wow è stato cruciale per la diffusione di diversi marchi, come GoPro, Red Bull, The North Face, Patagonia, Black Diamond. Dietro ci sono strategie di marketing di livello eccezionale, senza dubbio. Ma l’impressione è che invece i media tradizionali abbiamo avuto diversi problemi nella traslazione del linguaggio alpinistico in quello di tutti i giorni. Le imprese di Honnold e Caldwell, così come quelle di tantissimi altri alpinisti e scalatori, sono state quasi banalizzate. O, peggio, rese normali. Proprio laddove la normalità non è di casa. E la naturale conseguenza potrebbe essere solo una: l’assunzione di rischi – soggettivi (ai quali si aggiungono quelli oggettivi che tutti noi ben conosciamo, nda) – da parte di chi pratica le nostre attività, che sia scalata su roccia o che sia alpinismo in alta montagna. La banalizzazione della montagna, o della falesia, rischia di creare più danni della sua mancata presenza nei media.

Le ulteriori considerazioni riguardano un dilemma che negli ultimi decenni ha guadagnato sempre maggiore spessore. Vale a dire, fino a che punto la ricerca della velocità è positiva all’intero movimento? Noi pensiamo che la libertà personale finisca dove inizia la libertà degli altri individui, ma la prospettiva cambia – e non di poco – quando si parla di un personaggio pubblico. Lungi dall’affermare che Honnold e Caldwell sono “cattivi esempi”, bisogna fermarsi a riflettere sull’impatto che la spettacolarizzazione delle loro imprese da record – e quindi per il 97% di noi comuni mortali, irripetibili – possono avere sulle nuove generazioni. Scalare senza protezioni è alla portata di chiunque? No. Scalare una via lunga 20 tiri è alla portata di tutti? No. Progredire lungo la Mer de Glace è alla portata di tutti? No. Esistono delle cose che si possono fare in sicurezza senza insegnamenti precedenti e altre no. Se qualcuno mi chiedesse domattina di andare con lui a scalare la Nord dell’Eiger, o lo Sperone Abruzzi del K2, gli direi che dovrei allenarmi per almeno un anno. Intensamente. Eppure no, nell’epoca di Instagram bisogna avere tutto e subito. Tutto è alla portata. O meglio, “nulla è impossibile” (come diceva una celebre pubblicità di un marchio sportivo tedesco, nda). Ma è davvero così? No. E chiunque va in montagna regolarmente ne è consapevole. E dunque, perché il messaggio che sta passando è così fallace, distorto, distorsivo e potenzialmente pericoloso?

Il dibattito, specie all’interno dell’American Alpine Club (AAC), è vivo. Possibile che la stupefacente spettacolarizzazione delle imprese alpinistiche negli ultimi anni stia rischiando di portare più danni che benefici? Una risposta definitiva non c’è. E con ciò non vogliamo dire che non bisogna raccontare le mirabili iniziative di persone come Honnold e Caldwell, ma c’è modo e modo di farlo. Rallentare, anche quando si racconta la velocità, forse è la cosa più corretta da fare. Per avere un movimento non solo sulla cresta dell’onda in un orizzonte temporale limitato. Bensì, anche nel lungo e lunghissimo periodo.

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