Ambientalismo e alpinismo, la montagna chance per il pianeta

L’ambientalismo alpino nasce di fatto con la fondazione di Mountain Wilderness (MW) nel 1987, riunendo alpinisti di tutto il mondo nel tentativo di difendere e recuperare gli ultimi spazi incontaminati del pianeta.

I primi interventi sono di forte impatto mediatico: Reinhold Messner che si cala sul pilone volante della funivia del Monte Bianco, e Alessandro Gogna, impegnato nella raccolta di rifiuti in Marmolada, danno visibilità all’associazione ma creano anche contrasti e critiche. In Himalaya, la pulizia al K2 con Fausto De Stefani, denuncia con forza la deriva delle spedizioni alpinistiche sulle più alte vette del pianeta. Gli alpinisti cominciano a prendere consapevolezza della loro responsabilità nella degradazione dell’alta montagna e della necessità di porvi un limite.

Con il passare del tempo matura la convinzione che la montagna non è solo vette ma anche vallate, cultura e persone che vi abitano.

Trenta anni di battaglie in difesa di parchi e aree protette, contro la degradazione e la banalizzazione del paesaggio, trenta anni in cui il mondo ha accelerato con una velocità spaventosa mettendoci di fronte all’urgenza di una crisi climatica epocale. I problemi ambientali sono ormai ovunque riconosciuti centrali nel dibattito politico, eppure gli stessi che ne riconoscono la gravità, invocano una crescita economica continua. La contraddizione tra sostenibilità ambientale e sviluppo economico è spietata ed è il tratto distintivo di questa modernità post ideologica nata dalla caduta del Muro di Berlino.

Se si è indebolita la narrazione dominante che vedeva con fiducia il modo in cui l’uomo si era sviluppato e la meta verso cui procedeva, allo stesso tempo non esiste un’alternativa praticabile per un pianeta che sembra destinato al collasso.

È evidente che in questo quadro il ruolo dell’ambientalismo è ancora più difficile, che laddove non ci sono soluzioni universali è necessario pensare e muoversi con grande immaginazione intellettuale e politica.

È necessaria grande flessibilità per avere visione globale ma capacità di agire locale.

È necessaria l’umiltà di capire che le soluzioni valide da una parte, non lo sono necessariamente ovunque.

La montagna in questo senso può essere una chance per il pianeta, per significati, opportunità, aria che respiriamo. Laddove il residuo patrimonio di identità, cultura e memoria è ancora integro, esiste lo spazio per lavorare sul senso di appartenenza e di progettualità di una comunità.

Qui, forse, sta il senso di un nuovo ecologismo che sia in grado di cogliere il legame indissolubile tra uomo e ambiente e che sia in grado di stimolare ogni comunità o cultura a mantenere le sue caratteristiche attraverso un senso di appartenenza ai luoghi. Questa forse è la battaglia su cui si gioca il ruolo di Mountain Wilderness e, soprattutto, il futuro del pianeta.

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