Alpinismo: Tomek da eroinomane a innamorato degli 8000 himalayani

Tomek Mackiewicz sta lottando per la vita sul Nanga Parbat a 7200 metri. Si trova su quell’Ottomila assieme alla francese Elisabeth Revol ed ora ambedue stanno aspettando i soccorsi. Si sono trovati in una condizione difficile, il nostro himalaista non è più in grado di muoversi né verso l’alto, né verso il basso. Probabile che gli vadano in soccorso i membri della spedizione polacca al K2. Tomek Mackiewicz nel passato era dipendente dall’eroina. Una strada davvero fuori dall’ordinario, la sua, che l’ha portato nel firmamento delle ascensioni sull’Himalaya. Conosce il Nanga Parbat come forse nessun altro, avendo provato numerose volte a salire quella montagna così straordinariamente difficile. È stata effettuata una raccolta di fondi per far partire l’elicottero di soccorso. La somma necessaria è stata raccolta. Tomek Mackiewicz e la francese Elisabeth Revol hanno raggiunto la vetta della nona montagna più alta del mondo, il Nanga Parbat (8126 s.l.m.). Durante la discesa sono iniziati i problemi: ora è in corso l’operazione di soccorso, alla quale si sono aggregati gli scalatori della spedizione polacca al K2.
Tomasz Mackiewicz

Tomasz Mackiewicz

elicotteri — Per le ricerche devono essere utilizzati gli elicotteri pakistani. In questa situazione l’elemento chiave è il tempo, poiché il peggioramento del tempo potrebbe arrivare in qualsiasi momento. Tomek Mackiewicz nel corso di alcuni anni ha percorso il cammino che lo portato dal fondo fino alla vetta del mondo. La vita gli ha insegnato a combattere. Quindici anni prima non gli era stata data nemmeno una chance, quando si era presentato ciondolando come un eroinomane sfatto al centro Monar. Ecco la sua storia, raccontata da Jakub Radomski (pubblicato sul sito przegladsportowy.pl), nella traduzione di Luca Calvi…
I primi anni Novanta sono stati per la Polonia un periodo folle. La trasformazione del sistema politico ha significato nuove realtà, ma al contempo anche nuovi problemi. Con i quali i giovani si dovevano confrontare. All’epoca per i mercatini tutti vendevano le musicassette, ma proprio accanto a quello si stava sviluppando il mercato della droga. “Non avevamo ancora accesso a cose lussuose come il brown sugar (una polvere grumosa che è solo una succedanea dell’eroina, ndr), quindi prendevamo la composta” – racconta. La composta, chiamata anche l’eroina polacca, era una porcata incredibile, ottenuta grazie all’utilizzo di aceto, ammoniaca, solventi e paglia di papavero. Tomek aveva giusto 18 anni quando si trasferì da Działoszyn, suo paese natale, sulla Warta, a Częstochowa. Non riusciva ad abituarsi alla città, nella quale non conosceva nessuno, si sentiva perso. “Andai a cercare un ambiente dove sentirmi bene ed al sicuro e quello mi diede l’aria di essere ciò che cercavo. L’immagine di un drogato che gira adesso nei media è differente, ma la verità è che molto spesso quelle sono persone straordinariamente sensibili. Ti fanno sentire dei loro, li conosci, ti metti a chiacchierare, provi quello che ti offrono e ti ci trovi dentro fino al collo. Ti sembra di essere felice, mentre in realtà stai sprofondando sempre più ed alla fine di trovi ad essere un estraneo degenerato. Per me era così: i valori che per molti altri erano i più sacri, per me non avevano alcun significato” – racconta, anche se si nota che quei ricordi gli costano parecchio.
L’alpinista polacco in un momento di relax

L’alpinista polacco in un momento di relax

dipendenze — A salvarlo fu un centro per la cura delle dipendenze, un caso estremamente raro per eroinomani di quel tipo. Tomek ci passò due anni. “Molte sono le persone che associano quel centro ad un posto dove i drogati si radunano nelle soffitte e passano mezze giornate a farsi di ero. È una cazzata, pochi sono quelli che in Polonia hanno un’idea di cosa sia il Monar. Lì era tutta un’altra cosa, come sotto la naia, ma cinque volte peggio come durezza. Tutto era organizzato magnificamente: sveglia alle 07.00, sport, corsa, discussioni ed incontri di vario tipo. Tutti ben suddivisi, vige la gerarchia. Quando arrivi sei un novellino, un soldato semplice nell’esercito. Solo dopo tre mesi inizi ad essere un familiare e ti vengono assegnate funzioni particolari, come, per esempio, cucinare per tutte quelle persone. Vicino a te sono poi attive unità speciali, c’è il comandante ed il Servizio di Difesa del Monar, una sorta di polizia interna. Difficile da spiegare a qualcuno che non sia mai stato lì! È una piccola comunità, una sorta di mondo in miniatura. Dopo il periodo in cui sei stato “familiare” diventi aspirante ed alla fine membro. Essere membro del Monar vuol dire essere alla fine della terapia, che dura due anni” spiega Tomek, che fortunatamente è riuscito a tenere duro fino alla fine. Proprio quando si trovava nel fondo, nel punto più basso, pian piano iniziò a diventare quello che è ora, una persona ammirata per la sua perseveranza e per la sua resistenza.
india — “Era il periodo dell’astinenza completa. Rotture di balle dalla mattina alla sera e in più ogni giorno andavo a correre. Nel giro di due anni al centro sono riuscito ad ottenere la forma fisica che ho” – ricorda -. Dopo quel periodo ed i due anni successivi, durante i quali mi trovai a vivere nella zona dei Mazury, con quattrocento dollari in tasca partii per andare in India in autostop. Lì incontrai la dottoressa Helena Pys, che gestiva un centro per i lebbrosi. Rimasi da lei per sei mesi ad occuparmi dei bambini, a tenere lezioni integrative ed a dare lezioni di inglese.” È stato in questo modo che sono nati i tre valori che per lui oggi hanno un grande significato, ovvero le imprese sportive, viaggiare ed aiutare gli altri. Nanga Parbat, Himalaya Occidentale, e in più all’altezza di 7400 metri, altitudine da molti riconosciuta come la zona della morte. Condizioni che chiunque di noi, senza precise esperienze di alta montagna, non riesce nemmeno ad immaginare. “Una volta mi trovavo a dormire d’inverno sotto il Nanga ad un’altitudine di 6500 metri ed al mattino guardai il termometro. Segnava -57 gradi” – mi scrive via facebook Simone Moro, il più grande himalaista del mondo. Mackiewicz tuttavia, durante un tentativo di attacco alla vetta del Nanga Parbat si trovò più in alto e in più da solo e senza attrezzatura di ultima generazione. Fu il primo uomo a raggiungere l’altitudine di 7400 in inverno a parte altri due polacchi che nel 1997 erano riusciti a salire poco più in alto di lui: Zbigniew Trzmiel e Krzysztof Pankiewicz. “Ero con il mio amico Marek Klonowski all’interno di una truna che avevamo scavato all’altitudine di 6200 metri, quando lui si sentì male e dovette scendere. Io mi sentivo magnificamente, così due giorni dopo continuai a salire, ma mi trovai davanti ad un casino della miseria. C’era un vento a circa 200 km/h. Altra truna, stavolta 500 metri più in alto, nella quale mi infilai per qualche giorno. Il tempo era tale che non potevo né salire, né scendere. Se solo avessi messo fuori la mano per un solo secondo mi sa che l’avrei persa. La truna, per fortuna, è un’ottima soluzione, migliore di qualsiasi tipo di tenda, perché sei coperto della neve e ti senti bene. C’è silenzio, tranquillità, e se ti fai qualcosa da mangiare subito senti un po’ di caldino. Devi solo fare in modo che non si ostruisca l’uscita. Alla fine, comunque, il tempo si è rimesso al bello e sono andato avanti, ma sulla cresta mi trovai un’altra muraglia di venti. Mi trovai a combattere una battaglia cosmica durata ore per riuscire a predispormi una sorta di campo. Il momento peggiore fu quello della notte. Avevo strane allucinazioni, mi sembrava di avere vermi in giro per il corpo. Il giorno successivo il vento cessò e spuntò il sole, ma quello era destinato ad essere l’unico giorno di bel tempo ed io avevo bisogno di almeno tre giorni. Salii ancora un po’, poi me ne tornai indietro” – racconta. Il solo fatto di essere arrivato così in alto, nello stesso periodo in cui tanti scalatori famosi che erano lì per provare l’invernale al Nanga Parbat se ne rimanevano dentro le tende nei campi bassi lo portò all’attenzione dell’opinione pubblica. Per molti polacchi che si interessavano di scalate diventò una specie di eroe. Per il Club Alpino Polacco rimane sempre prima di tutto un problema. Un grande problema.
Dentro la tenda in quota

Dentro la tenda in quota

matto innocuo — Un matto innocuo, veniva definito così all’inizio. Quando si stava preparando la prima volta per il Nanga assieme a Klonowski e mandò una mail al Club Alpino chiedendo della via e facendo altre domande di carattere tecnico, la risposta che i due ottennero suonava più o meno così: “ma voi non siete normali e non avete alcuna qualifica”. “Ecco, poi, mentre stiamo parlando, scopro che devo iscrivermi e iniziare a pagare i bollini. Ho l’impressione che sia più che altro un tentativo di attirarmi nella loro sezione più che una vera e precisa volontà di darmi un qualche aiuto”. Resta il fatto che a tutt’oggi non ha fatto ancora nessun corso d’alpinismo. “Ho letto qualche libro e oltre a quello mi sono sempre piaciute le lunghe escursioni solitarie per le montagne. Fu in Irlanda, dove mi trovavo, che iniziai ad appassionarmi all’arrampicata sportiva, quella in autoassicurazione. Per me è quella la quintessenza dell’arrampicata, perché lì puoi sentire tutto ciò che c’è di più importante sulle montagne più alte: il terrore, al quale impari a rispondere con il pensiero nelle condizioni di estrema difficoltà, perché sai che non puoi volare dalla parete e che devi piazzare ancora un dado in fessura per poterti assicurare. Tutte cose che devi fare da solo”. L’atteggiamento del Club Alpino gli risultò un po’ sorprendente, perché all’epoca aveva già a curriculum la salita in solitaria al settemila Chan Tengri e ancora prima assieme a Klonowski era riuscito a raggiungere, in pieno stile pionieristico e dopo una spedizione durata quaranta giorni attraverso il ghiacciaio, la vetta più alta del Canada, ovvero il Mount Logan. “Stiamo parlando del gruppo montuoso più grande del mondo. Una montagna immensa. Da qualche parte ho letto che l’intero gruppo ha la stessa superficie della Svizzera. Ci muovevamo sugli scarponi, con le ciaspole, da soli, senza incontrare nessuno lungo la strada”. Per quell’impresa i due ricevettero nel 2008 i Kolosy, il premio più importante della Polonia riservato all’esplorazione. “In seguito poi ci venne l’idea di andare a tentare qualcosa di più grande e per l’occasione qualcosa di relativamente più semplice da organizzare senza costi eccessivi. Il permesso per il tentativo di salita del Nanga Parbat d’inverno all’epoca costava 300 euro; d’estate, invece, diecimila euro. Avevo iniziato a pormi domande del tipo come mai gli uomini sono arrivati sulla luna eppure non riescono a salire d’inverno sul Nanga e sul K2. Non riuscivo a farmene una ragione. Se vai sul K2 devi spaccarti le balle per due settimane solo per arrivare al campo base e in più tutto ciò ha un costo, mentre nel nostro caso tutto è più vicino. Quindi Nanga. All’epoca non avevamo praticamente nulla in cassa e riuscimmo a raccogliere si e no i soldi per il volo. Avevamo una visione tutta nostra che fu poi messa alla prova in un modo brutale, visto che fummo costretti a tornarcene a casa alla svelta”. Interessante è anche la storia di come acquistarono il materiale per la terza spedizione. Tomek in internet aveva trovato in un negozio di materiali per l’agricoltura una corda che costava 60 centesimi ogni due metri. Era ben distante da quelle professionali che vengono utilizzate durante le scalate, ma ne acquistarono comunque due chilometri. Dopo la prima spedizione erano rimasti 600 metri e Tomek diede quella corda a Murat Khan, un pastore locale, che voleva in quel modo ringraziare per l’aiuto nella cucina… tre anni dopo si ritrovarono a passare da quello stesso posto. “Andai da Simone Moro, che si trovava in quella zona pure lui e la sua risposta fu: tranquillo, qui nel villaggio ho buoni contatti, ti procuro qualcosa. Ovviamente, qualche giorno dopo gli fu portata la corda. Arrivo, la guardo per bene e mi rendo conto che era la nostra corda dell’anno precedente. Gli chiedo quanto l’avesse pagata e lui mi risponde di aver pagato un euro e venti al metro, ovvero qualcosa come quindici volte di più di quello che avevamo dato noi al contadino. Non male come guadagno, no? Storiella piacevole, quasi come quella del film Babel, dove a girare per tutto il mondo era sempre la stessa pistola” – racconta Tomek ridendo. Durante la prima spedizione, tra il 2010 ed il 2011 riuscì a raggiungere l’altitudine di 5100 ma i tentativi successivi furono già ben più promettenti. Un anno dopo arrivarono a 5500 metri e nella stagione 2011/12 Tomek da solo riuscì ad arrivare ai già ricordati 7400 metri, mentre due anni più tardi assieme al tedesco David Göttler fu costretto a tornare quando era arrivato solo 200 metri più in basso. “Spesso la gente mi chiede se ho paura. Ma certo, ovvio che sulle grandi montagne mi capita di sentire il terrore, ma quello è un prodotto del pensiero che, da cosa positiva, arriva a tradursi in azioni corrette. Se poi dovesse capitare qualcosa, che ne so, un seracco che ti si stacca sotto i piedi, beh, non hai nemmeno tempo per aver paura. Partono l’istinto, l’adrenalina e ti trovi semplicemente a lottare per vivere. Questa lotta per la vita ha avuto luogo durante l’ultima spedizione. Allora stavo sbuffando come un cavallo, visto che ero sceso poco tempo prima dopo essere arrivato a 7200 metri, mentre Paweł Dunaj e Michał Obrycki avevano molte forze ed in più un’ambizione incontenibile. Volevano salire a tutti i costi, nonostante la montagna fosse tutta carica di neve. Dissi che non sarei andato, perché non avevo più forze, e che potevano pure provarci anche se era pericoloso. Alle 15.00 ricevetti una chiamata da Michał, si era staccata una slavina. Parlava con voce rotta. Si erano avventurati senza corda dentro un canalone carico di neve ed avevano provocato quella slavina. Un errore umano. Per fortuna siamo riusciti a salvarli” – è l’analisi di Mackiewicz. La vita a molti può sembrare che l’ascesa alle vette più alte richieda una resistenza sovrumana e che l’uomo che arrivi a farlo possa vivere solo seguendo uno stile di vita salutare. Nel contempo gli esempi dei principali scalatori himalayani polacchi sembrano fatti per confutare quanto appena detto. “Io seguo questo sistema: fumo solo fino a cinquemila metri”, mi disse una volta uno di quelli che stava tornando da un chioschetto dove aveva comperato un pacchetto di sigarette. Un altro di recente ha raccontato ad un collega, a registratore spento, che durante le spedizioni degli anni 70 ed 80 le bevute erano all’ordine del giorno e che gli era capitato di trovarsi ubriaco anche ad un’altitudine superiore ai 6000 metri. Mackiewicz, in gran parte grazie all’esperienza del passato, cerca di evitare tutto questo, ma d’altra parte dice semplicemente: “L’arrampicata è l’unica disciplina sportiva per la quale la pipa può essere d’aiuto. Sai perché? L’organismo del fumatore produce moltissimi globuli rossi, per la qual ragione il tuo sangue è molto denso, fattore di cui hai bisogno esclusivamente ad alta quota, quando c’è carenza di ossigeno. Quindi il tuo corpo, se fumi quando sei in pianura, è già abituato ed hai maggiore scioltezza. Penso che proprio per questo Jurek Kukuczka avesse quella resistenza in montagna. Contemporaneamente mi vengono in mente molti maratoneti che salivano come treni e poi in alto avevano una reazione spaventosa. Tutto si fa più veloce, non riescono a fare nulla ed alla fine muoiono. Il sangue diventa denso, il cuore si ferma, si addormentano. Come Tomek Kowalski. Non sto di certo a raccontarlo per far pubblicità al fumo, quello proprio no…”. Ad irritarlo nell’alpinismo himalayano c’è una cosa, ovvero l’atteggiamento di chi vuole il successo a tutti i costi con il conseguente corollario delle tante vittime inutili. “Il successo adesso arriva passando sui cadaveri. Quando sali lungo la via comune all’Everest non basta il fatto di trovarsi in lunghe code, no, ti trovi anche ogni tre per due a contatto con il corpo di qualche scalatore morto. Siamo arrivati al punto che tutti quelli che sognano la conquista della vetta più alta della terra sono costretti a passare sopra o comunque a contatto con uno di quelli. Oppure prendiamo ad esempio il Bianco, sul quale ogni anno sono circa ventimila le persone che provano a salire, una classica. Quella montagna è ricoperta di cadaveri, ci sono ancora corpi dai tempi delle guerre. Di recente hanno tirato fuori dal ghiacciaio resti di soldati. Solo che tutto quanto è coperto da ghiaccio e neve e grazie a questo non si vede nulla”.

 

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