Alpinismo, camminare tra terra e cielo

L’alpinismo è l’uomo che esplora i confini tra la terra e il cielo, in equilibrio tra contemplazione e azione, conoscenza e superamento dei propri limiti, vittorie e sconfitte, solitudine e felicità.

Alle 18 e 30 dell’8 agosto 1786 il dottor Gabriel Paccard e Jacques Balmat raggiunsero la cima del Monte Bianco. Ancora nessuno poteva neanche immaginarlo, ma in quell’attimo nacque l’alpinismo. Ma, aldilà delle date convenzionali, cos’è l’alpinismo? Da dove nasce e a che “bisogno” risponde? Difficile se non impossibile rispondere, o meglio come qualcuno ha detto potrebbero essere infinite le risposte. Tante quante sono gli alpinisti.

Innanzitutto bisogna dire che nell’alpinismo ciò che entra in campo è il rapporto tra l’uomo e la montagna, sarebbe meglio dire la visione o le interpretazioni che la natura della montagna ha sempre fatto scaturire nell’uomo. Quella stessa montagna che da sempre, e assolutamente prima che si coniasse il termine alpinismo, è il simbolo dello spazio di confine che sta tra la terra e il cielo, ma anche tra gli uomini e l’immanenza del mistero, del senso della vita e della divinità. Basti pensare, per citare i riferimenti più comuni, l’Olimpo e il Parnaso dei greci: le montagne appunto dimora di Zeus e di tutti gli altri dei. Oppure i moltissimi riferimenti biblici. L’assolutamente centrale ascesa di Mosé (vero proto-alpinista) al Monte Sinai per ricevere da Dio le tavole della legge. Come è ancora su una cima, l’Ararat, che Noé con la sua arca concluse l’odissea del diluvio universale. Ma, andando ancora più lontano, questa “montagna simbolica e divina” la si trova sempre e ovunque. Nell’antico Egitto e nei popoli dell’antica Mesopotamia, come in tutte le religioni e latitudini della terra.

E’ chiaro che l’alpinismo non può essere “altro” rispetto a questa storia che l’ha preceduto. Come non può essere esente dai piani filosofici e artistici che da sempre hanno fatto della montagna un simbolo e una metafora della ricerca dell’essere e del senso della vita. Senza nuovamente citare la Bibbia, il Corano o gli altri testi sacri, basterebbe andare al Petrarca che nel 1336 racconta in una lettera – con un perfetto e sommo esempio di recit d’ascension ante litteram – la sua ascesa al Monte Ventoso. Una scalata diventata “pretesto” e contesto per una riflessione, maturata nella fatica e grazie alla fatica della salita, sulla propria esistenza e sul rapporto con Dio. Come non si può dimenticare, tra i molti filosofi che l’hanno utilizzata, quanto la metafora della montagna sia presente in Nietzsche, tanto da fargli affermare che la “Filosofia… è la libera scelta di vivere fra ghiacci e alte cime”. Una presenza delle terre alte che spaziando da Dürer a Friedrich, da Cézanne a Warhol, da Goethe a Humboldt a Kandinsky e a moltissimi altri, si riafferma anche nell’arte.

Detto tutto ciò, non è un caso se l’alpinismo come tale, e come l’abbiamo conosciuto negli oltre 200 anni della sua storia, sia nato (anche se per convenzione) proprio alla vigilia della Rivoluzione francese. Insomma, non è certo una casualità che sia stato partorito proprio sotto l’onda del sentire illuminista e poi positivista della conoscenza e della scienza. Ricordiamo, infatti, che Paccard e Balmat fecero quella prima salita al Monte Bianco, da cui tutto si fa iniziare, rispondendo (più il secondo che il primo in verità) all’appello di Horace-Bénédict de Saussure, lo scienziato ginevrino che aveva messo a disposizione un premio in denaro per il primo che fosse riuscito a raggiungere il tetto d’Europa. Perché allora arrivare sulla vetta del Monte Bianco era un po’ come andare sulla luna.

L’intento dichiarato era non solo di confutare la credenza che a quelle quote non si potesse sopravvivere, ma anche di riuscire a portare a quelle altezze gli strumenti, in primis il barometro, per quei rilievi scientifici che avrebbero ampliato le conoscenze dell’uomo di pari passo con la conoscenza della natura. E, anche se quasi celato a questo “piano scientifico” sottendeva un desiderio, forse più nascosto, di raggiungere un primato, il tutto rientrava a pieno titolo in quel movimento che dalla scienza, alla cultura, all’arte mirava all’esplorazione e alla comprensione del mondo e dell’uomo. Ed Esplorare, essere i primi a percorrere territori e raggiungere vette mai salite, è la prima parola chiave per definire l’alpinismo. Tant’è che è ben presente, dai suoi albori, in quella che è appunto definita come la sua epoca esplorativa, “di ricerca scientifica”, e quindi nel senso più ampio di conoscenza. In questa fase è bene aggiungere che protagonisti assieme ai “gentleman” inglesi, italiani, francesi e tedeschi furono i pastori, i cercatori di cristalli, cioè quegli abitanti della montagna che erano i migliori conoscitori di quelle terre al limite della sopravvivenza e in cui la natura (e gli dei o i “draghi” che si pensava la abitassero) era per definizione “terribile” nonché padrona assoluta. Dal Monte Bianco alle Dolomiti e in tutte le Alpi, quei “montanari” divennero guide e molte volte artefici dei successi di quei primi alpinisti. D’altra parte, proprio in quell’epoca esplorativa, insieme ad un nuovo modo di guardare alla montagna, è nato il “turismo alpino” e, appunto, anche una nuova professione: quella della Guida alpina.

Ben presto però, soprattutto sotto l’impulso degli alpinisti inglesi, l’aspetto scientifico andò via via scomparendo, come del resto le cime alpine che aspettavano la prima salita. E’ così che l’attenzione degli alpinisti si spostò anche alle pareti più imponenti e mai salite. Questa seconda epoca – che alcuni fanno partire dalla prima salita del Cervino nel 1865 – oltre all’esplorazione introduce un’altra parola “chiave” la difficoltà. O meglio l’attenzione sul mettersi alla prova, e sul bisogno di superare ostacoli sempre più difficili. Cosa che diventa ancora più evidente e importante con l’approcciarsi del nuovo secolo. E’ questa la fase che ha per protagonisti da una parte il miglioramento costante delle tecniche di scalata, e dall’altra l’innalzamento delle difficoltà superate. Ma è anche il momento in cui nasce il primo concetto di arrampicata libera e dello spostamento dell’interesse verso le “vie”. Ovvero sulla ricerca di “strade” sempre più difficili, su pareti sempre più inaccessibili e anche pericolose per arrivare alla vetta. E’ in questi decenni, che arrivano alla seconda guerra mondiale, che nascerà il VI° grado. Ed è ancora qui che si definisce e si sperimenta il carattere dell’alpinismo come prova estrema e assoluta, di superamento dei limiti.

Poi, dal secondo dopoguerra agli anni ’70, l’alpinismo vive da una parte di estremizzazioni sia della tecnica (si pensi alle vie “a goccia d’acqua” e in artificiale) sia di un grande fermento che porta a grandi realizzazioni, anche estreme. Dalle prime solitarie alle prime salite invernali dei grandi itinerari alpini, fino a realizzazioni di difficoltà assoluta, come quelle di Bonatti sui Dru e sul Cervino, o come quelle degli alpinisti francesi. Il dopoguerra è anche quello della grande esplorazione delle montagne lontane, al di fuori delle Alpi, ed in particolare dei colossi himalayani. Un’autentica epopea, quasi una sorta di corsa nazionale, alla conquista delle più alte montagne della terra, gli Ottomila. E’ questo il momento in cui l’alpinismo ha la massima forza mediatica.

Ma non è finita. Dagli anni ’80 in poi la ricerca dell’alpinismo ha continuato sempre sulla strada della difficoltà e del superamento dei limiti umani, ma con un approccio che non passa più necessariamente per la cosiddetta conquista delle vette (del resto ormai in gran parte salite) piuttosto si concentra sull’esperienza, sul modo di percorrere la via e sulla ricerca “di se stessi” rapportandosi alla montagna e alla natura. Sono valori e parole che solo ad una lettura affrettata possono sembrare diverse da quell’esplorare e conoscere dei primi alpinisti, e a quel concetto di difficoltà e di superamento dei propri limiti cercato da sempre dall’alpinismo. Perché, a guardar bene, è solo un’altra dimensione dell’esplorare quella che viene proposta. Allo stesso tempo l’alpinismo resta il mettersi alla prova in un ambiente, la montagna, che mai come adesso merita attenzione e rispetto. Anche perché mantiene intatta quella forza metaforica e simbolica di speranza per la terra e per l’uomo che sempre ha avuto.

Per rispondere dunque alla domanda iniziale di cos’è l’alpinismo a questo punto è doveroso usare le parole del musicologo e alpinista Massimo Mila: “L’alpinismo è una delle forme di conoscenza dove più inestricabilmente si uniscono il conoscere e il fare”. E già in questo è implicita la risposta al secondo quesito, cioè da dove nasca l’alpinismo e a quale bisogno risponda. Ma se non bastasse è il filosofo Massimo Cacciari che ci viene in aiuto: “Credo che ciò che caratterizza l’alpinista” dice Cacciari ” non sia di possedere un monte, ma sia di vincersi, di entrare in una sfida con se stesso, per cui tu ti oltrepassi, superi uno stato sedentario e vai oltre ciò che puoi possedere. Una montagna non la possederai mai, come non possederai mai un mare o un oceano”. Insomma, l’alpinismo è l’uomo che esplora i confini tra la terra e il cielo, in equilibrio tra contemplazione e azione, conoscenza e superamento dei propri limiti, vittorie e sconfitte, solitudine e felicità. Per questo abbiamo bisogno dell’alpinismo e della montagna.

Vinicio Stefanello

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